Cos’è la concorrenza sleale?

Rispondere con una sola frase sarebbe impossibile. Iniziamo a vedere come la concorrenza sleale viene disciplinata nel codice civile (artt. 2598, 2599, 2600).

Costituiscono comportamenti di concorrenza sleale l’uso di nomi o segni distintivi a produrre confusione con i nomi o i segni distintivi legittimamente usati da altri e l’imitazione servile dei prodotti di un concorrente.

Allo stesso modo, costituiscono comportamenti di concorrenza sleale, la diffusione di notizie ed apprezzamenti sui prodotti e sull’attività di un concorrente, idonei a determinare discredito o l’appropriazione dei pregi prodotti o dell’impresa di un concorrente.

In sostanza, costituisce concorrenza sleale, il valersi di ogni mezzo non conforme ai principi della correttezza professionale ed idoneo a danneggiare l’azienda altrui.

 Infine, la sentenza che accerta il compimento di atti di concorrenza sleale ne inibisce la continuazione e da’ gli opportuni provvedimenti per eliminarne gli effetti. Inoltre prevede che chiunque sia danneggiato da atti di concorrenza sleale posti in essere con dolo o colpa possa naturalmente chiedere il risarcimento del danno.

Un esempio di concorrenza può essere il dumping, che di solito avviene in genere tra professionisti dello stesso settore quando non viene rispettato il tariffario minimo imposto dall’ordine. Vediamo anche la pratica, per esempio nei settori telecomunicazione ed energia, di sconti fuori listino ai clienti che hanno fatto il passaggio ad un altro fornitore di servizi.

 Ora dobbiamo fare accenno a due definizione per capire meglio la concorrenza sleale:

il danno emergente e il lucro cessante.

Il danno emergente viene individuato per le spese sostenute nell’acquisizione delle prove per la concorrenza sleale, nel bloccarla e nel far diminuire i suoi effetti ma anche nel pregiudizio patrimoniale conseguente all’acquisizione ed allo sfruttamento parassitario delle informazioni e delle tecniche acquisite da un’impresa nelle ricerche.

Dove il danno non potrà essere individuato nell’esatto ammontare, si potrà fare ricorso alla liquidazione equitativa, ma necessita comunque un principio di prova del danno.

Il lucro cessante viene individuato nella sottrazione di clientela o meglio nell’utile che l’impresa avrebbe potuto conseguire da sue vendite effettuate invece dal concorrente sleale. Nel quantificare la perdita di occasioni di profitto sperate, bisogna ricostruire la situazione in cui il danneggiamento si sarebbe trovato in assenza del fatto illecito e isolarlo da altre cause idonee ad influire sulla posizione che il soggetto occupa sul mercato.

 In conclusione, la concorrenza sleale si identifica nell’utilizzo di tecniche, pratiche, comportamenti e mezzi illeciti per ottenere un vantaggio sui competitor o per arrecare loro un danno. La quantificazione del danno di concorrenza sleale si identifica con l’utile lordo che il soggetto non ha realizzato in conseguenza della condotta illecita.

Leggi anche: Cos’è il patto di non concorrenza?

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Pubblicato il 12 febbraio 2013, in Di tutto un po' con tag , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. 1 Commento.

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